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Impresa digitale: cosa possono imparare le aziende tradizionali dalle startup?

Scritto da Elena Codeluppi | 24-gen-2017 11.43.10

 

Ne parliamo con Emanuela Zaccone, esperta di impresa digitale e autrice del volume: Digital Entrepreneur. Principi, pratiche e competenze per la propria startup.

Grazie alla casa editrice Franco Angeli è nata una collana dedicata alle Professioni Digitalidiretta da Alberto Maestri

Ogni volume è una guida per imprenditori, comunicatori, professori e studenti sulle opportunità e sfide per affrontare i lavori più innovativi. Un’occasione per tutti noi di riflettere sulla cultura digitale e su come sviluppare al meglio il sistema che la può sostenere.

Abbiamo intervistato Emanuela Zaccone il cui libro dedicato alle startup, e non solo, elenca principi, storie e opportunità su come trasformare nuove idee in aziende di successo. La lettura ci ha permesso non solo di conoscere meglio queste nuove forme di organizzazione ma di riflettere su quale ruolo possono avere nei confronti delle aziende che hanno la necessità di cambiare per rispondere alle esigenze di un mercato del lavoro in evoluzione.

 

 

Oltre a essere co-founder di TOK.tv sei docente, esperta di impresa digitale e consulente: ci racconti quale è stato il tuo percorso formativo e di lavoro?

È iniziato tutto nel 2007 con la mia tesi di Dottorato dedicata al social media marketing e alla social TV. Cominciai a lavorare su questi quando le aziende cominciavano ad affacciarsi in quest’ambito. Ho avuto l’opportunità di applicare subito le competenze che stavo acquisendo in progetti con diverse realtà, da startup e organizzazioni locali a grandi aziende come Eridania.

Intanto mi stavo specializzando sempre maggiormente in ambito social media monitoring, convinta che non basti creare strategie e gestire questi canali se poi non si è in grado di misurarne l’efficacia. Infatti dal 2010 e fino al 2012 ho lavorato in Telecom Italia nell’ambito della Reputation Monitoring Room con un forte focus su questi temi, su cui poi è stata centrata AIDA Monitoring, la startup che ho co-fondato e su cui ho lavorato fino al 2015.

Nel frattempo ho continuato a lavorare come consulente e docente in questi ambiti mentre nel 2012 era nata TOK.tv, su cui ho deciso di focalizzarmi in modo esclusivo.

TOK.tv è la piattaforma social per i fan dello sport integrata da squadre del calibro di Real Madrid, Barcelona, Juventus, Tottenham Hotspur e non solo che consente ad oltre 16 milioni di fan in tutto il mondo di fare il tifo per la propria squadra e di vedere insieme l’emozione della partita anche se sono lontani.

 

 

Secondo te, quali sono le competenze indispensabili per un digital entrepreneur? E quali sono quelle per innovare le aziende italiane?

Un Digital Entrepreneur deve avere propensione al rischio - caratteristica che vale per qualunque imprenditore - ma deve avere anche la “fortuna” di fallire almeno una volta per capire dove ha sbagliato, cosa sta facendo e cosa potrebbe fare meglio.

Quello del fallimento purtroppo è un tema ancora tabù in Italia - chi fallisce viene considerato un incapace - ma dovrebbe essere invece alla base stessa del principio dell'imprenditorialità: se non provi non scopri, se non scopri non riesci ad innovare.

L'innovazione dunque nelle aziende italiane passa innanzitutto da una maggiore apertura alla collaborazione e all'ascolto che sia indipendente dalle gerarchie: l’innovazione non nasce solo e necessariamente dalle alte sfere.

Non solo, ma l’adozione di principi condivisi nel mondo delle startup - trasparenza, attenzione al talento, flessibilità - potrebbero davvero cambiare volto e futuro delle aziende.

 

 

Secondo te, le aziende tradizionali possono prendere ispirazione dalle startup e modificare le ormai passate culture aziendali?

Le startup hanno ritmi di sviluppo e crescita innegabilmente più rapidi di quelli delle grandi aziende, ma ciò non significa che non sia possibile adattare pratiche e modalità di lavoro ad aziende tradizionali. Quello che serve alle aziende è un completo cambiamento di mentalità che le possa rendere più veloci e flessibili.

 

 

Quali sono i punti di forza e i nuovi modelli di lavoro digitale che potrebbero essere integrati per favorire un nuovo modo di lavorare?

L’aspetto relativamente più “semplice” da trasferire è il remote working, adottato anche da aziende (ex startup) del calibro di Automattic, la società dietro Wordpress.

Spesso quando si parla di lavoro da remoto le aziende tendono a chiudersi dicendo che non è possibile per loro adattarsi a trasferire tutto il lavoro a distanza. In parte è vero, ma solo per le aziende che si basano su tipologie di processi e posizioni lavorative che non possono essere adattate al lavoro da remoto.

Da remoto infatti si lavora per obiettivi non per monte ore. Lo scopo è raggiungere l’obiettivo che ci si è dati in modo efficace, quante ore servano per farlo dipende da ciascuno. È un concetto completamente diverso da quello attuale. Come scrivevo qualche mese fa:

 

“L’Italia ha un serio problema con il lavoro. Siamo un paese in cui farsi vedere mentre si lavora, conta più di ciò che si fa lavorando”

 

La fiducia è il cuore di un remote working efficace - d’altra parte implica anche trasparenza, la colonna portante della cultura aziendale. Tutto il resto - dagli strumenti scelti per lavorare e comunicare, fino alle modalità di confronto - discende dal tipo di cultura condivisa.

 

 

Tre startup italiane di successo che ritieni un riferimento del settore e quali sono i loro punti di forza?

  • Teads.tv per l’innovativo lavoro in ambito video advertising
  • Buzzoole perché sono stati in grado di dare una risposta tecnologicamente efficace alla crescente richiesta di strumenti validi per l’influencer marketing
  • Gamepix, aggregatore di giochi HTML5 per giocatori e sviluppatori che è stata in grado di creare una piattaforma unica che unisse entrambi i target